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Siamo in ostaggio senza saperlo?

Una bambina di nove anni si trovava in Kansas dai nonni. Il nonno era fuori casa, quindi lei dormiva con la nonna. La piccola si svegliò all’improvviso nel cuore della notte e vide la sua vecchia nonna seduta sul bordo del letto. Di fronte a lei c’era un uomo, grondante di pioggia e con in mano un bastone, pronto a colpire. La donna gli disse: «Sono contenta che abbia trovato la nostra casa. È arrivato nel posto giusto: qui è il benvenuto. È una pessima notte per restarsene fuori. Ha freddo, è bagnato e affamato. Usi il bastone che ha in mano per ravvivare il fuoco della stufa in cucina. Le troverò dei vestiti asciutti e le cucinerò un buon pasto caldo, poi le preparerò un letto per dormire vicino alla stufa». Dopodiché la nonna tacque e attese con calma. Dopo un lungo silenzio l’uomo abbassò il bastone e disse: «Non voglio farvi del male». Così l’anziana donna lo portò in cucina, gli preparò da mangiare, gli diede dei vestiti asciutti e gli preparò un giaciglio per la notte. Poi tornò a letto, e lei e la sua nipotina si riaddormentarono. Quando la mattina si svegliarono, l’uomo se n’era andato.

Intorno alle dieci arrivò la polizia, guidata dai cani che avevano seguito l’odore dell’uomo fino alla casa. Gli agenti rimasero sbalorditi quando trovarono nonna e nipote ancora vive: l’uomo era un assassino psicopatico evaso di prigione la notte precedente, e aveva massacrato la famiglia che viveva nella casa accanto.

Questa nonna eccezionale ha instaurato un legame emotivo così intenso con l’intruso che quest’ultimo non ha potuto ucciderla; l’ha trattato con una gentilezza e un rispetto che lo hanno disarmato sia letteralmente, sia metaforicamente. Il fatto è che le persone non uccidono altre persone, ma cose o oggetti.

Questa incredibile storia è tratta da Magical Child,1 il libro di Joseph Chilton Pearce. Proviamo a pensarci: che cosa faremmo se fossimo sequestrati? Immaginiamo di trovarci all’improvviso in ostaggio con una pistola puntata alla tempia. Come reagiremmo? Che cosa proveremmo? Che cosa diremmo al sequestratore?

Per fortuna, le probabilità di essere fisicamente presi in ostaggio sono minime. Ciascuno di noi, tuttavia, può diventare ogni giorno metaforicamente prigioniero – sentirsi minacciato, manipolato e trasformato in una vittima – di capi, colleghi, clienti, famigliari e praticamente tutte le persone con cui interagisce. Possiamo diventare ostaggio anche di eventi o situazioni che accadono nelle nostre vite; possiamo perfino farci sequestrare da noi stessi, dalla nostra mentalità, dalle emozioni e dalle abitudini.

Consideriamo le seguenti circostanze quotidiane in cui gli individui acconsentono a essere presi in ostaggio:

Gli individui che si lasciano influenzare negativamente da altre persone, da un ingorgo nel traffico, dallo smarrimento di un bagaglio, dalla perdita di un lavoro, dal ritardo di un volo o perfino dal meteo – tutte circostanze al di fuori del loro controllo – sono ostaggi. Senza rendercene conto, quanti di noi permettono che un evento esterno prenda il controllo delle nostre vite? Non ci siamo mai arrabbiati perché la nostra vacanza è stata rovinata dal maltempo? Non siamo mai diventati di cattivo umore per l’atteggiamento negativo di qualcun altro? Non abbiamo mai detto a nessuno: «Mi fai arrabbiare!» Bene: in tutti questi casi abbiamo permesso che ci sequestrassero.

Molti uomini d’affari con cui lavoro hanno un alto quoziente intellettivo, ma un’intelligenza emotiva poco sviluppata: si preoccupano di fatti, cifre e dettagli a spese delle emozioni, dei sentimenti e delle ragioni dei colleghi. Perfino le espressioni hard facts e soft stuff impiegate nel mondo aziendale significano che i dati sono concreti e solidi, mentre le emozioni sono deboli e meno importanti. Ho visto leader dispotici provocare indicibili tormenti e sofferenze ai propri dipendenti per il loro bisogno di controllare persone e situazioni. Anche i dipendenti possono prendere in ostaggio i propri superiori, minimizzando un successo e rendendo impossibile il lavoro.

L’indole competitiva di molti leader d’azienda può condurli a entrare in concorrenza con colleghi e altri team, anziché collaborare. In questo modo i problemi potrebbero restare nascosti sotto il tavolo e i conflitti rimanere irrisolti, creando un’atmosfera di disagio, ostilità e perfino paura.

Conosco molti leader d’azienda che fraintendono la funzione del potere nella leadership. A causa dell’incapacità di affrontare le proprie paure o preoccupazioni, tendono a utilizzare il potere, il controllo e l’autorità formale come mezzi per gestire i propri dipendenti. È facile sequestrare altri individui o se stessi sul lavoro per evitare le conversazioni difficili, ma un dialogo aperto e onesto è necessario per costruire un ambiente di lavoro sostenibile e adatto a team con un alto rendimento. Individuando un programma comune, ricorrendo a un continuo dialogo e creando un clima di fiducia, i leader possono garantire ai propri dipendenti la libertà di esprimersi al massimo delle loro potenzialità. Incanalare l’istinto di competizione dei singoli individui in un percorso che abbia un traguardo comune può far ricavare il meglio da ogni squadra.

I veri leader imparano a gestire la propria indole competitiva, e scoprono che aiutando gli altri a crescere e a migliorarsi hanno più successo che non concentrandosi soltanto su se stessi.

La definizione di «ostaggio» riportata dall’American Heritage Dictionary è «individuo manovrato dalle esigenze di un altro». Sul lavoro i manager e/o lo staff possono a volte sentirsi ostaggi sotto il tiro incrociato del capo, dei clienti e dei colleghi. Imprenditori che, per esempio, devono licenziare venticinque dipendenti possono essere tenuti in ostaggio dalle proprie emozioni e dalla sofferenza che provano per il provvedimento che devono prendere. Nell’odierno universo aziendale, l’accessibilità globale creata dalla tecnologia può intromettersi nella vita privata e famigliare delle persone, tanto da farle sentire prigioniere del proprio lavoro e causando un profondo disagio a loro stesse e agli altri. I capi che hanno a che fare con dipendenti demotivati o colleghi pessimisti potrebbero pensare che il loro lavoro sia privo di valore; ne consegue che diventano ostaggi della scarsa motivazione del loro staff e del pessimismo dei colleghi.

Se l’eventualità di trovarsi con una pistola puntata alla testa è piuttosto remota, il vero motivo di preoccupazione è l’infinito numero di circostanze in cui ci sentiamo controllati, attaccati e costretti a reagire. Queste situazioni possono condurre a un’escalation, a un senso di impotenza e alla sensazione di trovarsi in ostaggio.

Tale sensazione si avverte soprattutto nelle relazioni interpersonali quando il potere, l’autorità o la posizione sono abusati o eccessivamente temuti. Da un lato, la persona che incarna l’autorità potrebbe approfittare del proprio potere; dall’altro, l’individuo soggetto a questa autorità potrebbe esserne troppo intimorito. La domanda è: perché così tanta gente sopporta di rimanere in situazioni penose? Perché persistono in relazioni fondate sugli abusi, siano queste sentimentali, di lavoro o d’amicizia? Le ragioni sono complesse, ma in sostanza possiamo dire che hanno smarrito la capacità di controllare il proprio cervello e vedere le possibili alternative, nonché di utilizzare la propria energia per reagire.

CONTROLLARE IL CERVELLO È INDISPENSABILE

Secondo il neurologo Paul MacLean, il cervello umano è formato da tre parti distinte, anche se comunicanti: il cervello rettile, il sistema limbico (a volte chiamato «cervello paleomammifero») e la neocorteccia.2

A livello basico il cervello umano è preposto all’attacco o alla difesa. Questo meccanismo di attacco o fuga è controllato dal nostro cervello rettile, non dalla parte razionale dell’encefalo. Il cervello rettile ha un unico scopo: la sopravvivenza. Non elabora pensieri astratti, né processa emozioni complesse. È responsabile di pulsioni fondamentali come l’attacco, la fuga, la fame o la paura. È inoltre non verbale, dal momento che risponde al puro stimolo viscerale. Prevede solo reazioni prestabilite e ripeterà continuamente gli stessi schemi comportamentali, senza mai apprendere dagli errori. È attivo anche nella fase di sonno profondo, poiché è quella parte del cervello sempre all’erta per cogliere il pericolo. È chiamato «cervello rettile» perché la sua elementare struttura anatomica si ritrova anche nei rettili.

Il sistema limbico è il cervello che dividiamo con gli altri mammiferi e governa le emozioni e i sentimenti. Tutto in questo sistema emotivo è piacevole o spiacevole, e la sopravvivenza dipende dall’evitare le esperienze legate alla sofferenza, ripetendo quelle connesse con il piacere. Sembra che il sistema limbico sia la sede principale delle emozioni, dell’attenzione e dei ricordi emotivamente connotati; agisce come una specie di giudice in rapporto alla neocorteccia, stabilendo se le idee sono buone o cattive, e si esprime esclusivamente sotto forma di emozioni.

La neocorteccia è la parte che abbiamo in comune con le scimmie più evolute (per esempio gli scimpanzé, i gorilla e gli oranghi), anche se la nostra è più complessa. È nella neocorteccia che processiamo pensieri astratti, parole, simboli, logica e tempo. MacLean la definisce «madre dell’immaginazione e padre del pensiero astratto».3 Sebbene anche tutti gli altri animali abbiano una neocorteccia, in confronto a quella umana è piuttosto piccola. Infatti, un topo che fosse privo di neocorteccia avrebbe una vita relativamente normale, mentre un uomo vivrebbe in uno stato vegetativo. La neocorteccia è divisa in due emisferi, destro e sinistro: quello sinistro controlla il lato destro del corpo e viceversa; l’emisfero sinistro è più razionale e verbale, mentre quello destro è più legato alla percezione dello spazio e del senso artistico.

Possiamo dunque essere presi in ostaggio dal meccanismo di attacco o fuga del cervello rettile o dalle emozioni del sistema limbico. Quando questo accade ci arrendiamo a quello che Daniel Goleman definisce «sequestro dell’amigdala»4 (l’amigdala è una piccola struttura del cervello che appartiene al sistema limbico: vedi Capitolo 8). È ciò che accade quando qualcuno reagisce in modo impulsivamente eccessivo, ottenendo un risultato negativo. La neocorteccia può controllare le emozioni delle altre due parti del cervello, permettendoci di scegliere se essere o meno ostaggi di reazioni emotive istintive.

L’espressione «going postal» indica una situazione in cui il sistema limbico prende il sopravvento, determinando gravi conseguenze: fu coniata negli Stati Uniti dopo che un dipendente delle poste che era stato licenziato entrò nell’ufficio in cui lavorava armato di pistola e uccise alcuni suoi colleghi. Oggi si utilizza per riferirsi a qualcuno quando ha uno scatto d’ira.

Episodi simili accadono in tutto il mondo, anche se in genere si esprimono in forma di parole ed emozioni, più che attraverso la violenza fisica. Quando reagiscono in base a stimoli cerebrali primitivi, le persone possono mettersi in situazioni in cui continuano a ripetere gli stessi schemi, esperienze e problemi. Tuttavia, grazie alla neocorteccia possono controllare le emozioni di cui sono vittima e scegliere di interpretare diversamente una situazione, anziché aderire a un modello prestabilito che replica una situazione negativa. Possiamo dunque imparare a gestire le emozioni e regolare il loro effetto: per esempio, quando perdiamo la valigia all’aeroporto, invece di metterci a strillare contro l’addetto allo sportello bagagli smarriti, è meglio controllare la nostra collera e lavorare insieme con lui per ritrovare ciò che abbiamo perso.

L’IMPOTENZA È UN VELENO

Sentirsi impotenti è uno dei primi indizi del fatto che siamo stati presi in ostaggio. L’impotenza avvelena l’individuo con un senso di inadeguatezza o intrappolamento. Il veleno crea un ciclo di continue interpretazioni negative della realtà.

Ecco alcune frasi che si accompagnano a questa sensazione di «rapimento»:

Simili frasi sono tipiche di un dialogo negativo con noi stessi, e nascono dal nostro mondo interiore. Tale dialogo, che avviene nella nostra mente, può tenerci in ostaggio oppure aiutarci a gestire la situazione. Sentiamo di essere in ostaggio quando avvertiamo che siamo costretti a fare qualcosa che non vogliamo fare, dopodiché manteniamo un’attitudine negativa. Possiamo cogliere il veleno nel nostro stato mentale semplicemente ascoltando le parole che usiamo. Una mentalità da ostaggio si fissa sugli elementi negativi, mostrandoci di continuo quello che non possiamo fare, quanto siamo impotenti e che non riusciremo mai a ottenere ciò che vogliamo.

Uno studio condotto da Robert Schrauf, esperto di linguistica applicata, dimostra che indipendentemente da cultura o età, per esprimere le emozioni negative possediamo un lessico molto più ampio che non per quelle positive. Analizzando trentasette lingue, gli studiosi hanno trovato sette termini connessi alle emozioni che condividono un significato simile in ciascuna lingua: gioia, paura, collera, tristezza, disgusto, vergogna e senso di colpa. Tra queste sette parole, soltanto una è positiva: gioia.5 Questa ricerca è significativa perché aiuta a comprendere quanto sia importante trovare modi positivi per esprimere le esperienze emotive. Ciò che ci consente di capire se siamo o meno in ostaggio è una miscela di dialogo interiore e controllo delle emozioni.

Mary affronta il proprio capo, James, a causa di un violento scambio avvenuto tra loro durante una riunione in cui lei si è sentita in imbarazzo di fronte ai colleghi. Mary dice: «Credo che tu abbia davvero esagerato quando mi hai attaccato in quel modo». James risponde: «Senti, ti stavo soltanto dicendo la verità, e se non ti piace puoi sempre abbandonare la squadra».

James, con la sua reazione difensivo-aggressiva, dimostra di essere caduto in ostaggio. Quale sarebbe stata l’alternativa? Porre una domanda; dialogare per chiarire le intenzioni; fare una concessione o anche scusarsi. Per esempio, James avrebbe potuto dire: «Mary, aiutami a capire perché non ti è piaciuto quello che ho detto». Oppure: «Vuoi sapere quali erano le mie intenzioni?» o: «Mi dispiace di averti detto che puoi sempre abbandonare la squadra. Ho esagerato».

In una situazione di questo tipo un vero leader lavorerebbe per mantenere integro il rapporto; terrebbe sotto controllo il desiderio di rivalsa concentrandosi sulle necessità del dipendente, della squadra e di se stesso. I bravi leader sono capaci di assumere questo atteggiamento istintivamente. Altri invece non sanno o non hanno i mezzi per affrontare situazioni simili, e sono proprio loro a poter imparare molto dalle tecniche di negoziazione.

Come abbiamo visto con James e Mary, se qualcuno suscita una nostra reazione quando non abbiamo il controllo, possiamo facilmente diventare ostaggi metaforici. Questo è un problema, perché crea un ostacolo nei rapporti sociali e ci trascina in una reazione negativa che può condurci in una condizione di indifferenza e distacco. In definitiva, gli stati negativi costituiscono un problema perché possono ostacolare la costruzione di rapporti sociali e ripercuotersi in molti modi sulla salute mentale di una persona.

L’obiettivo è mantenere il controllo attraverso il nostro atteggiamento mentale e le parole che usiamo. È così che i negoziatori di ostaggi hanno successo. La sfida è restare al contempo autentici e spontanei. Nel prossimo esempio vedremo come il nostro atteggiamento mentale sia un fattore chiave nella gestione della concentrazione e dell’attenzione.

Stiamo camminando per strada e qualcuno ci arriva alle spalle, ci punta una pistola alla testa e dice: «Ora ti ammazzo». Non dobbiamo sentirci in ostaggio. Non dobbiamo farlo anche se fisicamente lo siamo, perché abbiamo ancora la facoltà di pensare, sentire, respirare e parlare. Possiamo fare una domanda al sequestratore: «Potresti abbassare la pistola e lasciare che ti aiuti ad avere ciò che vuoi?» Se la risposta è: «No, adesso ti ammazzo», cambiamo obiettivo e facciamo un’altra domanda: «Ti prego, dammi solo cinque minuti e dimmi quello che vuoi. Mi chiamo George e ho quattro figli». Il delinquente dice: «No, ora ti ammazzo». Chiediamo ancora: «Allora solo quattro minuti! Voglio davvero aiutarti a ottenere ciò che vuoi». E il delinquente: «No, ora ti ammazzo!»

Quando racconto questa storia chiedo se sia un buon esempio di negoziazione, e molti rispondono di no. Invece lo è, perché siamo ancora vivi! Negoziare vuol dire gestire lo stato d’animo di qualcuno, controllarne i sentimenti e utilizzare le parole per fare domande e cercare una soluzione. «Dammi tre minuti!» «No.» «Dammene almeno due!» «Ok, amico, ti do trenta secondi.» In quei trenta secondi instaureremo un legame e ci impegneremo in un dialogo come non abbiamo mai fatto prima! In un certo senso i «no» sono una concessione e devono essere considerati in maniera positiva.

Come vedremo nel Capitolo 7, le concessioni fanno parte del fondamentale processo di creazione e conservazione dei legami. Se potessimo misurare la pressione del sangue e controllare il grado di eccitazione dell’uomo che impugna la pistola, a ogni concessione i valori sarebbero più bassi. Ovviamente, se avessimo la possibilità di scappare senza pericolo dovremmo coglierla; ma se non possiamo farlo, la cosa migliore è parlare. I negoziatori fanno domande per scoprire le motivazioni dell’altra persona e per mantenere il controllo del dialogo.

Più di duemilacinquecento anni fa il filosofo cinese Lao Tzu scrisse che il problema più grave al mondo era che le persone si sentivano impotenti.6 Un atteggiamento mentale da ostaggio trasmette alle persone sensazioni negative, le fa sentire in trappola, impotenti, isolate e incapaci di essere influenti e persuasive. Questa condizione negativa può facilmente persistere, intossicando le loro menti, emozioni, anime e corpi. Una simile mentalità può provocare rancore o risentimento per perdite gravi come morte, divorzio o licenziamento, e addirittura per problemi relativamente piccoli come il trasferimento in un altro ufficio, una discussione con un vicino per un qualche rumore fastidioso o un diverbio tra moglie e marito per i lavori di casa.

Purtroppo, gran parte della vita di molte persone è costruita su stati negativi. In questi casi la negatività affonda radici, si acuisce e intossica la mente, tanto che le reazioni tendono a essere esagerate rispetto all’effettiva realtà.

Secondo gli psicologi Martin Seligman e Steven Sauter, meno una persona riesce a controllare una situazione stressante, più questa sarà traumatica.7 L’individuo che si sente in ostaggio potrebbe manifestare quello che Seligman definisce «un atteggiamento di impotenza appresa», tipico di persone che non possiedono senso di «controllabilità» o, per dirla altrimenti, che non sanno gestire altre persone, cose e situazioni.8

Nelle sue ricerche sul rapporto tra paura e apprendimento, Seligman identificò casualmente un fenomeno imprevisto utilizzando le tecniche di Pavlov (il classico condizionamento) in alcuni esperimenti sui cani. Il fisiologo russo Ivan Pavlov aveva notato che quando ai cani veniva portato del cibo la loro salivazione aumentava. Poi scoprì che salivavano anche al suono di un campanello che preannunciava il cibo, e infine al solo suono del campanello, senza che alcun cibo fosse loro servito. I cani avevano ormai imparato ad associare il campanello al cibo.9

Nel suo esperimento, invece di associare campanello e cibo, Seligman collegò il suono del campanello a una scossa innocua, imprigionando il cane in una specie di amaca durante la fase di apprendimento. L’idea era che dopo avere appreso tale associazione, il cane avrebbe dovuto provare paura al suono del campanello, fuggendo o manifestando qualche altro comportamento per evitare la scossa. Poi Seligman rifece l’esperimento mettendo il cane che aveva subito il condizionamento in una gabbia divisa in due da un basso divisorio. L’animale avrebbe potuto facilmente saltare il divisorio se avesse voluto, ma quando il campanello suonò non fece nulla. Lo scienziato decise allora di dare un’altra scossa al cane, e poi un’altra ancora, ma non accadde nulla: l’animale rimaneva nella sua posizione. Infine, quando Seligman mise nella gabbia un cane non condizionato, come previsto questo saltò immediatamente nell’altro lato. Quello che il cane condizionato aveva appreso quando si trovava nell’amaca era che scappare sarebbe stato inutile, pertanto non ci provava nemmeno quando le circostanze lo rendevano possibile. Il cane aveva imparato a essere impotente e passivo, in altre parole era diventato un ostaggio.10

La teoria dell’impotenza appresa fu in seguito estesa al comportamento umano e fornì un modello per spiegare la depressione, una condizione caratterizzata dalla mancanza di controllo sulla propria vita, uno stato di indifferenza e insensibilità. Si scoprì che i depressi imparavano a essere impotenti, poiché credevano che qualunque iniziativa avessero intrapreso sarebbe stata inutile. I ricercatori hanno scoperto molto sulla depressione grazie all’impotenza appresa, e hanno perfino riscontrato delle eccezioni: persone che anche dopo svariate esperienze di vita sfavorevoli non cadono in depressione. Lo studio di Seligman ha rivelato che un individuo depresso pensa agli eventi negativi con più pessimismo di quanto non faccia uno non depresso.

Chi permette ai propri pensieri di diventare negativi tende a considerare la propria situazione senza uscita, più di chi invece ha una mentalità positiva. Purtroppo, molti di noi diventano ostaggi a causa della passività, sopportando il dolore – come i cani di Seligman – e senza riuscire a capire che abbiamo la forza di reagire, anche con una pistola puntata alla testa. Ci sono persone che sebbene abbiano un’arma puntata addosso parlano, pensano e agiscono, mentre altri che sono liberi da tale minaccia per tutta la vita si sentono ostaggio dei propri superiori, colleghi, coniugi, amici o chiunque abbia potere su di loro.

LA SINDROME DI STOCCOLMA E L’ATTEGGIAMENTO MENTALE DELL’OSTAGGIO

Il termine «ostaggio» è spesso associato a un’azione estrema, quando un individuo o un gruppo di individui, spesso considerati terroristi, sequestrano una o più persone e le tengono prigioniere contro la loro volontà allo scopo di ottenere qualcosa. Una situazione insolita che può verificarsi è quando l’ostaggio instaura con il sequestratore un legame emotivo, come accade in questa storia.

Nell’aprile 2005 la polizia arrestò Randolf Dial, che nel 1994, durante la fuga da un carcere dell’Oklahoma in cui stava scontando una pena per omicidio, aveva rapito Bobbi Parker. Da allora il criminale aveva vissuto con la donna per quasi undici anni. Quando la Parker fu presa in ostaggio le sue due figlie avevano otto e dieci anni, e suo marito era il direttore aggiunto della prigione. Dial avrebbe detto: «Ho lavorato su di lei per un anno, cercando di farle cambiare mentalità. L’ho convinta che gli amici erano i nemici e il nemico amico». Gli investigatori erano convinti che Dial fosse riuscito a non far scappare la Parker per tutti quegli anni minacciando di colpire la sua famiglia. Bobbi Parker non era ammanettata né legata, e a volte andava perfino in giro in macchina da sola. Era prigioniera della paura e del senso d’impotenza, e il suo unico scopo era proteggere la famiglia. Questo insolito legame può instaurarsi in presenza di un profondo choc emotivo, come la paura di essere uccisi o il timore che possa morire qualcun altro.

Questi sentimenti positivi nei confronti del sequestratore possono insorgere inconsciamente, e in tal caso si verifica la cosiddetta sindrome di Stoccolma, una condizione in cui gli ostaggi si mettono dalla parte dei propri rapitori e iniziano a identificarsi con loro, difendendoli dalle autorità: è l’ultimo tentativo di sopravvivenza di un ostaggio.

Il 23 agosto 1973 due rapinatori armati di pistole entrarono in una banca di Stoccolma, in Svezia. Intrappolati nell’edificio, tennero in ostaggio per centotrentuno ore quattro persone terrorizzate, tre donne e un uomo. Gli ostaggi furono tenuti in un caveau della banca, imbottiti di dinamite, finché il 28 agosto furono liberati. Le autorità erano allarmate dalla crescente ostilità mostrata dagli ostaggi nei confronti della polizia durante la fase di accerchiamento: i prigionieri avevano iniziato a pensare che i sequestratori li stessero proteggendo dalla polizia. Dopo la loro liberazione continuarono a manifestare ostilità verso le autorità, ed è sconcertante se pensiamo che i rapitori li avevano minacciati e maltrattati, e che erano stati in pericolo di vita per tutto quel tempo. Nelle interviste successive al loro rilascio fu chiaro come parteggiassero per i sequestratori e temessero le forze dell’ordine giunte a liberarli. In seguito una delle donne si fidanzò con uno dei rapitori, e un’altra organizzò un fondo per la loro difesa. Evidentemente, gli ostaggi avevano sviluppato un legame emotivo con i sequestratori.11

Il più celebre caso di sindrome di Stoccolma è probabilmente quello di Patty Hearst, un’ereditiera miliardaria rapita dall’Esercito di liberazione simbionese nel febbraio 1974 che arrivò perfino ad affiancare il gruppo in alcune rapine a mano armata. In seguito, quando le autorità ebbero una conoscenza più approfondita di questo fenomeno, la Hearst fu scarcerata.

La sindrome di Stoccolma è uno dei più interessanti fenomeni di attaccamento e legame. È un meccanismo di sopravvivenza con cui l’ostaggio, in una condizione di grave choc emotivo dovuta alla paura di morire, comincia a provare gratitudine per essere ancora lasciato in vita. Inoltre, quando gli vengono dati cibo e acqua, si manifesta una maggiore riconoscenza che rafforza ulteriormente il legame, rinsaldato successivamente da «doni» come il permesso di andare al bagno in modo dignitoso o di muoversi dal proprio posto. Quello che era un nemico diventa dunque un alleato. Successivi scambi di battute e conversazioni possono fare in modo che l’ostaggio si identifichi con la causa del sequestratore: di fatto, in seguito il sequestrato potrebbe agire per conto del rapitore, come abbiamo visto nel caso di Patty Hearst.

Qualcosa di simile può accadere quando una persona sviluppa un legame con qualcuno che si serve costantemente di un linguaggio offensivo, assume un comportamento negativo o ricorre alla punizione come metodo di controllo. Se non riesce a comprendere che è in grado di tracciare un confine o di andarsene, questa persona diventa ostaggio di chi usa violenza. È il classico rapporto vittima-carnefice, fondato su un legame che, a causa della paura di andarsene, non tiene conto della sofferenza.12

La sindrome di Stoccolma, tuttavia, non attecchisce in tutti gli ostaggi, a causa dell’incapacità sia di questi ultimi, sia dei sequestratori di creare legami. Come abbiamo ricordato in precedenza, creare un legame con un sequestratore è una buona strategia di sopravvivenza finché non giunge il momento in cui è opportuno spezzare questo rapporto, cioè dopo la liberazione o la fuga. A ogni modo, per alcuni ex ostaggi è qualcosa di più facile a dirsi che a farsi, e che può provocare grande sofferenza e confusione nelle loro vite.

Di recente un rapinatore di banche che ha sequestrato alcuni ostaggi è stato ucciso dai tiratori scelti della polizia. Quando è caduto a terra, due donne in ostaggio lo hanno raccolto e lo hanno portato fisicamente davanti all’entrata affinché fosse colpito da un secondo proiettile. Alcune persone sono immuni alla condizione di ostaggio, perché hanno un’identità forte e scelgono di non consegnare la propria energia al sequestratore, oppure sanno di potersela riprendere appena sarà sicuro farlo. Ciò che è essenziale ricordare in queste situazioni è il proprio obiettivo: occorre sapere con chiarezza ciò che si vuole e agire nel modo che con maggiore probabilità ci aiuterà a raggiungerlo. Durante un sequestro l’obiettivo è sopravvivere, e la migliore strategia per riuscirci è instaurare un legame.

In alcune situazioni la resistenza a un evento o a una circostanza può scatenare una reazione quasi istintiva in grado di aumentare la forza di opposizione. Quanto accaduto a Waco, in Texas, è un esempio di come una reazione eccessiva possa determinare una tragedia.

Nel febbraio 1993 più di settanta agenti del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms (ATF) fecero irruzione nel covo dei davidiani, una setta religiosa guidata da David Koresh. L’ATF sospettava che i membri del gruppo avessero un vasto deposito di armi ed esplosivi molto potenti. Secondo i rapporti, quando la squadra inviata a eseguire il mandato d’arresto giunse presso la sede della setta a Waco, quasi subito ebbe inizio una sparatoria che provocò la morte di quattro agenti dell’ATF e di sei davidiani. Intervenne quindi l’FBI e ci fu una fase di stallo. Per più di cinquanta giorni l’FBI cercò di convincere i davidiani a consegnarsi. La situazione si sbloccò la mattina del 19 aprile, quando un tank e altri veicoli blindati dell’FBI entrarono in azione. Per alcune ore gli agenti dell’FBI lanciarono gas lacrimogeni nell’edificio, che poco dopo mezzogiorno fu avvolto dalle fiamme. Alla sera i morti erano più di settanta, tra uomini, donne e bambini.

Questa storia può insegnarci qualcosa sulla condizione di ostaggio. Il fatto che nel primo scontro a fuoco l’ATF perse quattro dei propri uomini, con tutto il dolore che ne derivò, influenzò l’ultima decisione di attaccare il quartier generale dei davidiani? Oppure, se avessero ignorato l’istintiva reazione ad attaccare e i sentimenti di rabbia e sfinimento, l’ATF e l’FBI avrebbero potuto continuare a negoziare per raggiungere una soluzione pacifica? La risposta a questi interrogativi è ancora oggetto di indagini del Congresso.

Jack Harwell, lo sceriffo di contea che negli anni aveva costruito con David Koresh un legame positivo, ha dichiarato: «Io avrei gestito la cosa in modo diverso. Credo che [Koresh] sarebbe venuto a parlare con me, se glielo avessi chiesto. Allora avrei potuto dirgli che dovevamo farli uscire dall’edificio per eseguire quei mandati. Pensavano che quello là fuori fosse anche il loro Paese».13 Lo sceriffo Harwell fu messo in disparte e quasi escluso da ogni decisione dall’inizio alla fine. Il legame che aveva con David Koresh avrebbe potuto cambiare il risultato finale?

Da questo episodio possiamo trarre insegnamenti applicabili anche al mondo aziendale: quando sono in corso conflitti territoriali tra reparti o in presenza di divergenze tra colleghi, spesso si può evitare lo stallo grazie al dialogo, semplicemente discutendo i problemi.

L’ANTIDOTO È STABILIRE LEGAMI

Negli anni in cui ho lavorato come negoziatore ho imparato che, in quanto singoli individui, non dobbiamo sentirci impotenti nella vita di tutti i giorni, e che creare legami è l’antidoto al problema del sequestro.

Nelle prime ore del mattino di sabato 12 marzo 2005, ad Atlanta, in Georgia, la signora Ashley Smith fu presa in ostaggio nella propria casa da Brian Nichols: il giorno prima Nichols aveva ucciso quattro persone al palazzo di giustizia, un giudice, un vicesceriffo, uno stenografo e una guardia forestale. Ashley riuscì però a fuggire disarmata. Come? Instaurando un legame con il sequestratore.

All’inizio Nichols legò la signora Smith, la imbavagliò e le disse: «Non voglio farti del male. Qualcuno potrebbe averti sentito gridare e allora la polizia starà già arrivando, quindi ti terrò in ostaggio. Forse sarò costretto ad ammazzare te e anche me stesso e un sacco di altra gente, ma non voglio farlo». In seguito, nel suo libro Unlikely Angel, la signora Smith ha raccontato di avere dato a Nichols metanfetamina quando lui le aveva chiesto della marijuana. Questa informazione, tuttavia, non esclude che avere instaurato un legame con lui le ha salvato la vita.

La signora Smith ha raccontato di essersi rivolta a Nichols con gentilezza, trasformandosi da ostaggio in confidente e parlando con lui di Dio, famiglia, dolci e della gigantesca caccia all’uomo che si stava svolgendo fuori dalla sua porta. Guardarono insieme perfino i servizi su di lui alla televisione. La signora Smith aveva in casa il libro di Rick Warren, La vita con uno scopo, e cominciò a leggerne alcuni brani a Nichols, aiutandolo a stabilire quale fosse il suo obiettivo nella vita.

Nei resoconti successivi all’accaduto la signora Smith spiegò di avere parlato con Nichols della propria figlia, e di avere stabilito un legame con lui quando le aveva detto di avere avuto un figlio giusto la notte precedente. Il marito della signora Smith era morto quattro anni prima, così disse a Nichols che se le avesse fatto del male, sua figlia non avrebbe più avuto né madre, né padre.

A un certo punto Nichols le disse di essere «già morto», ma la signora Smith lo spinse a considerare «un miracolo» il fatto che invece fosse vivo. Mentre parlavano, di notte, un po’ della paura si dileguò e Nichols slegò la signora Smith. Quando fu mattino, il sequestratore si sentì sopraffare quando la vittima gli preparò pancakes con il burro: disse che voleva «soltanto un po’ di normalità» nella sua vita. Continuarono a dialogare intensamente e crearono un legame tanto forte che Nichols decise di non farle del male e di rilasciarla perché potesse andare da sua figlia. Le sue ultime parole alla donna furono: «Salutami la tua bambina».

In seguito la polizia osservò che la vittima si era comportata in modo molto freddo e distaccato, come raramente gli agenti avevano visto fare. «Eravamo preparati al peggio, invece abbiamo avuto il meglio», dichiarò l’agente Darren Moloney, della polizia della contea di Gwinnett.14

Come vedremo nel Capitolo 3, la costruzione di un legame quando siamo in ostaggio consiste nella capacità di creare una relazione emotiva anche con l’individuo più ostico e pericoloso, allo scopo di trovare una soluzione a una divergenza o a un problema. Si tratta di stabilire un rapporto per capire che cosa l’altro desidera, e di mantenerlo integro nonostante le emozioni ci spingano all’attacco o alla fuga.

Per leader, team e organizzazioni instaurare legami è particolarmente importante. Ogni gruppo si fonda sul legame tra le persone che ne fanno parte e gli obiettivi che si è dato, e il suo successo è determinato dall’impegno e dal coinvolgimento emotivo dei suoi membri. Famiglia, club o azienda che sia, quando gli elementi di un gruppo sono legati gli uni agli altri e hanno obiettivi comuni, c’è un senso di benessere, di grande energia e di divertimento nel lavorare insieme. Un simile ambiente consente alle persone di esprimere idee, sentirsi al sicuro e risolvere i conflitti anche quando sussistono profonde divergenze.

Quando le persone ragionano con una mentalità da ostaggio credono di non avere altre opzioni se non quella di cambiare la situazione esterna: lasciare il proprio lavoro, trasferirsi in una nuova casa o abbandonare tutto. Questo atteggiamento orientato alla fuga è collegato al funzionamento del nostro cervello: poiché abbiamo in noi l’istinto a sopravvivere, siamo costantemente all’erta e facciamo attenzione a quelle cose che ci spaventano o terrorizzano. Spesso instaurare un legame è innaturale, ci obbliga a concentrarci su ciò di cui l’altro ha bisogno e su quello che noi stessi vogliamo. Porta gli altri ad avere un effetto su di noi, consentendoci a nostra volta di ottenere da loro una reazione.

Creare un legame è molto efficace perché personalizza la relazione, depurandola da ogni elemento tossico o nocivo. Un esempio di tale aspetto è la storia di Nelson Mandela.

All’età di quarantasei anni, Nelson Mandela fu condannato all’ergastolo e rinchiuso in una cella per quasi ventisei anni. Sarebbe stato facile per lui provare collera e risentimento, ma che cosa avrebbe ottenuto? Non avrebbe avuto il controllo della situazione, e tutto quello che avrebbe potuto fare sarebbe stato farsi tenere in ostaggio. Invece non perse mai di vista gli aspetti positivi della situazione, arrivando a imparare la lingua dei suoi carcerieri (l’afrikaans) in modo da poter comunicare con loro e instaurare un dialogo. Quando Mandela fu imprigionato scelse di considerare la propria incarcerazione come un addestramento per aiutare il Sudafrica a uscire dall’apartheid. Quanti di noi avrebbero potuto trascorrere ventisei anni in prigione considerandoli un addestramento? Mandela era fisicamente in ostaggio, ma non lo era certo psicologicamente.

Mentre si trovava in prigione, rifiutò le offerte di grazia avanzate dai suoi carcerieri in cambio dell’accettazione della politica razziale sudafricana e del riconoscimento dell’indipendenza del Transkei, sua regione d’origine. Negli anni Ottanta Mandela rifiutò un’altra offerta di scarcerazione, se avesse rinunciato all’uso della violenza. «I prigionieri non contrattano. Solo gli uomini liberi possono negoziare», rispose Mandela.

È significativo che poco tempo dopo la sua liberazione, avvenuta domenica 11 febbraio 1990, Mandela e i suoi sostenitori concordarono la sospensione della lotta armata. Secondo i resoconti, alcuni secondini piansero al momento della sua scarcerazione. Mandela fu nominato primo presidente democraticamente eletto del Sudafrica il 10 maggio 1994.15

RIEPILOGO

Possiamo essere presi in ostaggio da noi stessi o da altre persone in ogni momento e luogo, ma fortunatamente la maggior parte di noi non è tenuta sotto sequestro con un’arma vera puntata alla fronte. Tuttavia, possiamo diventare ostaggi quando rinunciamo alla nostra libertà personale e acconsentiamo a sentirci in trappola e impotenti. Che si tratti di una cosa da niente come la critica da parte di un collega, o di qualcosa di più importante come essere sempre in conflitto con un superiore o un partner, se ci lasciamo prendere in ostaggio non sarà facile risolvere il problema in modo costruttivo.

La negatività che deriva dall’impotenza è un veleno per la nostra mente. Le persone possono apprendere l’impotenza come una reazione reiterata a ogni tipo di problema. Hanno imparato che «qualunque cosa facciano non cambierà nulla», pertanto si arrendono e si sentono prigioniere. L’antidoto contro l’impotenza è il legame emotivo: instaurare un rapporto con persone o obiettivi ci fa sentire liberi di agire. Costruire legami è un meccanismo di sopravvivenza per tutti noi, e inoltre arricchisce le nostre vite.

È indispensabile ricordare che possiamo sempre scegliere come pensare, sentire e agire: a seconda della nostra condizione mentale, il mondo può apparire molto diverso. Imparare a non essere prigionieri di noi stessi o di altri ci consente di controllare le nostre vite senza necessariamente cambiare le circostanze esterne. Se guardiamo fuori solo per cercare soddisfazione, non troveremo altro che un’effimera gratificazione: per cambiare davvero le cose dobbiamo guardare dentro noi stessi.

Quando scegliamo di cooperare, collaborare o persino di arrenderci, non siamo in ostaggio. La consapevolezza di poter scegliere in ogni situazione ci consente di considerare le circostanze in modo più positivo.

Possiamo scegliere di vivere tutti i nostri rapporti in una condizione di libertà. Questo vuol dire che non dovremo affrontare sfide o delusioni? Certo che no. Libertà non significa essere slegati: una persona continua ad avere bisogno di fare concessioni a un suo superiore, a un cliente, a un coniuge o a un amico, ma lo fa con una mentalità positiva, anziché provare un senso di impotenza.

Con un po’ di esercizio possiamo riconoscere quando reagiamo in modo aggressivo o difensivo, e se siamo prigionieri di noi stessi oppure noi sequestratori di qualcun altro. Dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sulle parole che usiamo e sulle transazioni che abbiamo con gli altri.

Se siamo in grado di riconoscere le reazioni istintive che si ripetono, allora possiamo avere autocontrollo. Imparando a conoscere noi stessi e il modo in cui la nostra mente funziona, ci libereremo dalle costrizioni interiori e faremo delle scelte vere. Questi concetti sono importanti per qualsiasi tipo di organizzazione, azienda, scuola o gruppo. Incoraggiando quelli che ci stanno attorno a vivere una vita libera potremo gestire tutti gli aspetti della nostra vita in modo più efficace.

Concetti chiave da ricordare

  1. Avere l’atteggiamento mentale dell’ostaggio significa sentirsi in trappola, inutili e impotenti, distaccati e incapaci di esercitare la propria influenza per convincere gli altri.
  2. Il cervello è programmato per sopravvivere, sempre all’erta per evitare il pericolo e il dolore. Possiamo sopprimere il lato istintivo del cervello per cercare ciò che è positivo e le modalità per agire liberamente.
  3. L’impotenza appresa e l’incapacità di controllare il proprio atteggiamento mentale rendono impotenti le persone. Ritrovare la forza di scegliere come reagire agli eventi è possibile per chiunque si trovi nella condizione di ostaggio.
  4. Dobbiamo sapere quello che vogliamo e conservare una mentalità per cui «tutto è possibile». Se non otteniamo ciò che desideriamo, troviamo il lato positivo anche in questo. In entrambi i modi vinceremo e non ci sentiremo mai in ostaggio.